La Ducati non può affidarsi soltanto all’autocritica del suo campione.

Silverstone scuote la Ducati, ma l’autocritica di Marquez non basta a nascondere i problemi

Scritto da Michael Sousa, 9 Agosto 2026 - Tempo di lettura: 4 minuti

Il campione spagnolo si assume la responsabilità, ma Di Giannantonio, Alex Marquez e Bagnaia indicano limiti tecnici della Desmosedici.

Il flop Ducati a Silverstone non si può archiviare come una semplice giornata storta. Quando una casa abituata a riempire il podio si ritrova a interrogarsi sul comportamento della propria Desmosedici, il problema non riguarda più soltanto il risultato di un singolo pilota. Riguarda la direzione tecnica della GP26, il rapporto con le gomme e la capacità di adattarsi a una MotoGP nella quale Aprilia ha ridotto, se non cancellato, il margine costruito da Borgo Panigale negli ultimi anni.

Silverstone scuote Ducati: l’autocritica di Marquez non basta a nascondere i problemi — Il flop Ducati a Silverstone

Il flop Ducati a Silverstone non si può archiviare come una semplice giornata storta

La fotografia più significativa arriva dal confronto interno. Fabio Di Giannantonio, Alex Marquez e Francesco Bagnaia hanno indicato, con sfumature diverse, la necessità di aggiornamenti e di un lavoro più incisivo sulla moto. Non è una richiesta emotiva dopo una gara negativa: è il segnale che più piloti stanno incontrando difficoltà simili, soprattutto nel trovare fiducia all’ingresso delle curve e nel mantenere un rendimento costante quando il grip diminuisce.

L’autocritica di Marquez e i numeri raccontano due storie

Marc Marquez, invece, ha scelto una strada opposta. Il campione spagnolo ha spostato il peso della responsabilità su se stesso: «Il problema sono io, non la moto». È una dichiarazione coerente con il suo modo di affrontare le difficoltà, ma non dovrebbe diventare un alibi per Ducati. L’autocritica del nove volte iridato è un dato importante sul piano personale; sul piano tecnico, però, non cancella le indicazioni arrivate dagli altri piloti né il fatto che la Desmosedici non sembri più interpretare ogni circuito con la stessa superiorità del passato.

La posizione di Marquez va comunque letta nel contesto. Il pilota Ducati ha iniziato il 2026 dopo un inverno complicato e con conseguenze fisiche ancora legate all’infortunio alla spalla rimediato nella parte finale della stagione precedente. Nelle prime tre gare aveva raccolto 45 punti, con una sola vittoria nella Sprint brasiliana, e aveva chiuso il Gran Premio del Texas al quinto posto dopo una penalità. Numeri lontani dagli standard del Marquez dominante del 2025, ma non sufficienti da soli per dimostrare che la crisi sia esclusivamente tecnica o esclusivamente fisica.

Il dato più interessante, infatti, è la differenza tra Sprint e gare lunghe. Con meno carburante e un carico fisico più contenuto, Marquez ha mostrato più volte un passo da prime posizioni. Nelle fasi iniziali dei Gran Premi, invece, ha faticato maggiormente, proprio quando il serbatoio è pieno e la moto richiede più energia nei cambi di direzione e nelle frenate. È un elemento che rafforza la tesi di chi vede nell’infortunio un fattore concreto, ma che non assolve automaticamente la GP26: una moto competitiva deve offrire al pilota una finestra di utilizzo più ampia.

Allo stesso tempo, la Ducati non può raccontarsi come una macchina improvvisamente diventata lenta. In Texas, per esempio, la Desmosedici aveva registrato velocità di punta di riferimento: Marquez era arrivato a 345,8 km/h, mentre Bagnaia e Alex Marquez erano rimasti nelle prime posizioni della graduatoria. Il problema, quindi, non è la mancanza assoluta di prestazione. È la qualità con cui quella prestazione viene trasformata in ritmo di gara, soprattutto contro un’Aprilia cresciuta in modo evidente.

Aggiornamenti sì, ma senza perdere l’equilibrio della GP26

Ed è qui che la lettura di Silverstone diventa più severa. Se tre piloti Ducati chiedono evoluzioni mentre il principale riferimento della squadra sostiene che il limite sia il proprio, il rischio è che il team scelga una spiegazione troppo comoda. L’autocritica di Marquez può essere utile per proteggere il rapporto con gli ingegneri e mantenere il gruppo concentrato, ma non può sostituire l’analisi dei dati. La moto deve essere verificata nelle frenate, nella gestione del pneumatico posteriore e nella stabilità quando il grip cala.

Il controargomento è serio: introdurre aggiornamenti soltanto per reagire a un weekend negativo può peggiorare l’equilibrio della Desmosedici. Ducati ha ancora una base tecnica competitiva, una velocità massima elevata e quattro piloti capaci di fornire dati differenti. Inoltre, una parte del rendimento di Marquez dipende dalla condizione fisica e dal tempo necessario per ritrovare il feeling completo con la moto. La soluzione non è dunque buttare via il progetto, ma capire quali problemi siano strutturali e quali invece derivino dall’adattamento del pilota e dal circuito.

La tesi più convincente, però, è che Ducati debba ascoltare entrambe le campane. Marquez fa bene ad assumersi le proprie responsabilità, ma Di Giannantonio, Alex Marquez e Bagnaia fanno altrettanto bene a chiedere strumenti migliori. In una stagione così equilibrata, il confine tra una moto da vittoria e una moto costretta a difendersi passa da dettagli minimi: pochi metri in frenata, una gomma salvata negli ultimi giri, la possibilità di attaccare senza forzare oltre il limite.

La crisi Ducati non è soltanto un problema di risultati

Il prossimo sviluppo dovrà quindi arrivare dalla pista e dal lavoro di sviluppo, non da una sola dichiarazione. Ducati deve verificare se il calo emerso a Silverstone sia legato al layout inglese oppure a un difetto più generale della GP26. Marquez, dal canto suo, dovrà dimostrare di poter sostenere il ritmo anche nella seconda parte dei Gran Premi. Solo l’incrocio tra questi due elementi dirà se il problema è davvero il pilota, come sostiene Marc, oppure se la Ducati ha semplicemente smesso di essere la risposta automatica a ogni domanda della MotoGP.

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