Davvero oggi si fa calciomercato con “gli algoritmi”? Dai casi reali ai rischi (come l’ultimo mercato della Juventus)
Calciomercato e algoritmi, la verità dietro il mito tra realtà, limiti e il caso Juve con lo scorso mercato estivo che ha deluso le aspettative
Il vecchio taccuino dello scout non è finito in soffitta, ma da solo non basta più. Il mercato di oggi si muove dentro una rete fatta di database, piattaforme video, analisi numeriche e modelli statistici che aiutano i club a orientarsi nel mare dei profili disponibili. Il punto, però, è non cadere nella caricatura. Nessuna società sceglie davvero un giocatore schiacciando un bottone. I dati contano, eccome, ma da soli non chiudono una trattativa e non spiegano fino in fondo il valore di un calciatore.

Si scrive Damien Comolli, si legge algoritmo
È da qui che nasce il dibattito che accompagna il calcio moderno. Gli algoritmi sono entrati stabilmente nei processi decisionali, ma resta aperta la domanda più importante. Quanto pesano davvero nelle scelte finali. La discussione si è riaccesa con forza attorno alla Juventus, dove l’impostazione di Damien Comolli ha riportato al centro del tavolo il rapporto tra analisi, intuizione e responsabilità tecnica.
Per capire perché oggi si parli tanto di numeri bisogna partire da come è cambiato lo scouting. L’osservazione si è trasformata, si è velocizzata, si è allargata. Oggi un club può seguire da remoto partite da tutto il mondo, isolare le azioni di un singolo giocatore, confrontare prestazioni, leggere parametri atletici e tecnici, ricostruire tendenze e incrociare tutto questo materiale in tempi molto più rapidi rispetto al passato. Lo scouting tradizionale esiste ancora, ma è stato affiancato da una macchina molto più ampia, più rapida e anche più economica.
Il primo equivoco, però, è pensare che sia il numero a decidere in autonomia. Non è così. Ogni società usa i dati in modo diverso. C’è chi costruisce un reparto interno di analisi, chi si appoggia a piattaforme specializzate, chi usa modelli più semplici e chi invece lavora su sistemi più sofisticati. In ogni caso il dato serve soprattutto a scremare, a segnalare, a restringere il campo. Poi arriva la parte più complicata, quella che riguarda il ruolo reale del giocatore, il campionato in cui ha reso, il contesto tattico, la sostenibilità economica e la compatibilità con la squadra che lo deve accogliere. I numeri aiutano a vedere meglio, ma non cancellano la complessità del calcio.
Tra i modelli più citati resta quello del Brentford, diventato negli anni un simbolo del reclutamento guidato dall’analisi. Il club inglese ha costruito la propria crescita su un uso sistematico dei dati, organizzando la ricerca in modo quasi scientifico. Il principio è semplice solo in apparenza. Si parte da un bacino enorme di calciatori, si riduce progressivamente il numero dei candidati attraverso criteri oggettivi, si confrontano i profili in base alle esigenze della rosa e si arriva a una lista ristretta sulla quale entrano in gioco osservatori, allenatore e area tecnica. In questo modo il club prova a guadagnare vantaggio rispetto a chi si muove soltanto con i metodi tradizionali.
Accanto al Brentford viene spesso messo il Brighton, un’altra società che ha costruito parte del proprio successo sulla capacità di trovare talenti prima degli altri e a costi più contenuti. In questi casi l’algoritmo non è una bacchetta magica, ma uno strumento che permette di individuare giocatori sottovalutati o non ancora entrati nel radar delle grandi. È qui che i dati fanno davvero la differenza, non tanto perché diano certezze assolute, ma perché aumentano le probabilità di scoprire valore dove gli altri non guardano.
Il problema è che anche i modelli più raffinati hanno limiti evidenti. La storia recente lo dimostra in modo chiaro. Ci sono stati casi di giocatori perfetti sulla carta, convincenti nelle statistiche, allineati ai parametri richiesti e poi incapaci di rendere nel nuovo contesto. Gli ostacoli sono sempre gli stessi e non sono banali. Gli infortuni, l’adattamento a un altro campionato, la pressione di un ambiente diverso, la tenuta mentale, il peso della maglia. Tutti elementi che i numeri possono provare a stimare, ma non a controllare del tutto. Ecco perché la retorica del mercato fatto soltanto con i dati non regge alla prova dei fatti.
Gli algoritmi sono arrivati anche in Italia
In Italia il tema è diventato esplosivo soprattutto da quando la Juventus ha scelto di dare un’impronta più marcata a questo tipo di approccio. La gestione Comolli ha portato in primo piano un’idea di club in cui le analisi non sono soltanto un supporto, ma una parte strutturale del metodo. Non si tratta semplicemente di consultare statistiche prima di un acquisto. L’ambizione è più ampia e riguarda il modo in cui una società organizza le informazioni, le traduce per l’allenatore e le inserisce nelle decisioni strategiche.
È qui che il caso bianconero diventa interessante e divisivo. Il mercato (a dire il vero fallimentare) della Juventus è stato letto da molti come il primo vero banco di prova di questa filosofia. Alcune piste considerate spendibili sono state accantonate anche alla luce di valutazioni numeriche e fisiche poco convincenti. Altri profili, invece, hanno ricevuto una spinta proprio grazie ai report e alle analisi raccolte nel tempo. In teoria è il funzionamento naturale del sistema. In pratica, però, tutto finisce davanti al giudice più duro di tutti, cioè il campo.
Anche il Milan, soprattutto con l’avvento di RedBird, si era mosso dentro questa nuova frontiera. Più che un mercato consegnato all’algoritmo, quello rossonero è stato un modello misto, in cui database, piattaforme video e analisi statistiche hanno avuto il compito di segnalare e selezionare i profili da approfondire. L’idea, in sostanza, non era sostituire lo scout, ma dargli strumenti in più per vedere prima e meglio. Non a caso Moncada spiegava che il dato serve soprattutto a capire se un calciatore meriti attenzione, mentre il giudizio vero passa ancora dal lavoro degli osservatori e dalla verifica dal vivo. Il Milan, quindi, rientra pienamente nella tendenza dei club che usano i numeri per orientare il mercato, ma senza affidare tutto a una formula automatica. Che in Italia hanno fatto danni. Forse perché alla Juventus avrebbero dovuto prima cercarsi un allenatore vero (con tutto il rispetto per Tudor) alla fine della scorsa stagione, con il limite evidente di ritrovarsi a metà di quella in corso, affidare la squadra a Spalletti e ricominciare da zero.
Ed è stato proprio il campo, difatti, ad aver complicato la lettura. Per lunghi tratti, infatti, al di là dei limiti dell’allenatore gli acquisti della nuova gestione bianconera non hanno offerto risposte convincenti. Alcuni innesti non hanno inciso come ci si aspettava, altri si sono persi per strada, altri ancora hanno avuto bisogno di più tempo per entrare nei meccanismi della squadra. Solo in un secondo momento qualche segnale positivo ha alleggerito il bilancio, ma il punto è rimasto intatto. Un modello può suggerire una scelta, può perfino costruire una logica coerente di mercato, ma non può garantire da solo che quella scelta diventi vincente.
C’è poi un altro nodo, forse ancora più importante. I dati non parlano mai da soli, perché dipendono da come leggi il calcio. Un giocatore può sembrare mediocre se valutato in un ruolo e diventare prezioso se interpretato in un altro. Può apparire poco produttivo in un sistema e risultare ideale in una squadra diversa. Questo significa che il numero non è mai neutro. Ha sempre bisogno di una chiave di lettura, di un contesto, di una visione tecnica. Se sbagli l’interpretazione, rischi di sbagliare anche il verdetto.
Per questo tanti dirigenti, anche tra i più moderni, continuano a difendere il peso dell’occhio, del colloquio, della sensibilità calcistica e umana. Perché una scheda statistica non misura fino in fondo la personalità, la fame, la capacità di reggere la pressione, l’impatto emotivo di uno spogliatoio o la tenuta nei momenti difficili. Un conto è individuare un buon giocatore, un altro è capire se quel giocatore sia giusto proprio per quel club, in quel momento e in quell’ambiente.
La verità, allora, sta nel mezzo ed è meno clamorosa del titolo più facile. Sì, oggi il calciomercato si fa anche con gli algoritmi. Sì, i club più avanzati usano i dati per anticipare le mosse, scovare occasioni e ridurre gli errori. Ma no, il calcio non si lascia comprimere dentro una formula perfetta. Il caso Juventus lo racconta meglio di ogni teoria. I numeri possono indicare una strada, possono rendere più razionale una scelta, possono persino migliorare l’organizzazione di una società. Poi, però, arriva la partita. E lì, come sempre, decide tutto il pallone.
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