FIGC sotto pressione: commissariamento, il ruolo dell’UEFA e il nodo Euro 2032
Il caso Rocchi riapre lo scontro sulla governance federale mentre UEFA e Serie A valutano i rischi del commissariamento
Il calcio italiano è entrato in una nuova fase di tensione istituzionale: dall’inchiesta che coinvolge Gianluca Rocchi si è allargato il dibattito sull’eventuale commissario in FIGC, fino al riflesso internazionale più delicato, cioè il rapporto con la UEFA. Come una miccia. Il retroscena circolato nelle ultime ore ha evocato scenari pesantissimi, dalle coppe europee a Euro 2032, ma il quadro resta da maneggiare con cautela perché l’organismo continentale ha poi fatto filtrare una smentita sulle minacce formali.

La Serie A, nel frattempo, prova a separare il piano giudiziario dalla credibilità del campionato. La posizione ribadita dal presidente Ezio Simonelli è garantista: le accuse devono essere verificate dagli organi competenti e non possono diventare, da sole, una condanna preventiva dell’intero sistema. In parallelo, è stata indicata anche la strada della tutela legale della Lega e dello stesso Simonelli, così da poter accedere agli atti e valutare eventuali iniziative processuali quando la vicenda avrà uno sviluppo formale.
Il nodo del commissariamento
Il punto giuridico è il vero spartiacque. Il commissariamento di una federazione non è un automatismo politico e, secondo le ricostruzioni sullo Statuto del Coni, passa da presupposti precisi: gravi irregolarità gestionali accertate, violazioni dell’ordinamento sportivo da parte degli organi direttivi, impossibilità di funzionamento o mancati adempimenti necessari allo svolgimento delle competizioni. Nel caso Rocchi, il nodo è proprio questo: le contestazioni non sono ancora accertate e il designatore arbitrale non viene indicato come organo direttivo della Federcalcio.
La pressione politica, però, non nasce oggi. Dopo il nuovo fallimento della Nazionale e le dimissioni di Gabriele Gravina, il ministro Andrea Abodi ha più volte spinto sul bisogno di una rifondazione profonda, mentre il presidente del Coni Luciano Buonfiglio ha mostrato prudenza sui margini reali per un intervento diretto. Sullo sfondo è circolata anche l’ipotesi di una via legislativa, attribuita alle manovre di Claudio Lotito e Lorenzo Casini, ma proprio quel percorso aprirebbe il dossier più sensibile: il confine tra riforma e ingerenza.
Perché UEFA guarda con sospetto
Il cuore della preoccupazione europea sta nell’autonomia federale. La UEFA, come la FIFA, considera molto delicato ogni intervento statale capace di incidere sulla vita interna delle federazioni calcistiche, perché il sistema internazionale si fonda sull’indipendenza delle associazioni nazionali. Da qui nasce la lettura più dura: se il commissario venisse percepito come una scelta politica esterna e non come un atto previsto dagli organi sportivi competenti, le conseguenze potrebbero diventare sportive e reputazionali prima ancora che amministrative.
Nelle ricostruzioni più allarmistiche sono finiti due scenari simbolicamente devastanti: club italiani fuori dalle competizioni europee e perdita della quota italiana di Euro 2032. È qui che serve distinguere il livello politico-mediatico dal livello formale. Il messaggio attribuito all’ambiente UEFA ha avuto un impatto enorme, ma successive ricostruzioni hanno segnalato una smentita sulla presenza di vere minacce ufficiali alla Serie A. In altre parole, il rischio è entrato nel dibattito, ma non può essere trattato come una sanzione già avviata.
Euro 2032, l’altro fronte aperto
Il dossier europeo, comunque, è già abbastanza complicato senza aggiungere una crisi di governance. Italia e Turchia hanno ottenuto l’organizzazione congiunta del torneo e il percorso prevede la selezione di dieci stadi complessivi, cinque per Paese, entro ottobre 2026. La FIGC ha avviato un lavoro con città, club, proprietari e gestori degli impianti candidati, con la presenza di rappresentanti UEFA, per trasformare progetti e cronoprogrammi in garanzie concrete prima delle scadenze decisive.
Il richiamo di Ceferin sugli impianti, arrivato già nelle settimane precedenti, pesa perché tocca un nervo scoperto: l’Italia deve modernizzare strutture spesso lente, bloccate da iter amministrativi e rapporti complessi tra club, Comuni e proprietà pubbliche. Reuters ha ricordato il divario con altri Paesi europei nelle nuove costruzioni o ristrutturazioni, mentre il Guardian ha sottolineato come il calendario imponga lavori avviati entro marzo 2027. Per questo l’allarme su Euro 2032 non dipende solo dal caso FIGC, ma da una corsa infrastrutturale già in affanno.
La via d’uscita
La chiusura più solida, oggi, non passa dagli strappi ma dalle riforme verificabili. Un commissario senza basi inattaccabili rischierebbe ricorsi, scontro politico e ulteriore diffidenza internazionale; un’assemblea elettiva credibile, accompagnata da trasparenza sul caso arbitrale e da un piano serio su statuto, giustizia sportiva e impianti, avrebbe invece più forza davanti alla UEFA. Il calcio italiano deve cambiare davvero, ma la fretta di mostrare il pugno duro può costare più del problema che vorrebbe risolvere.
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